L'associazione per la promozione della creatività MERLIN

La città di Pola, all'estremità sud-occidentale della penisola istriana, sì e sviluppata, simile a Roma, sotto sette colli (Castello, Zaro, Arena, San Martino, Abbazia di San Michele, Mondipola e Pragrande), alla parte interna di un ampio golfo e un porto naturale ben protetto che è aperto a nord-ovest con due ingressi: direttamente dal mare e attraverso il canale di Fažana. Oggi Pula (delimitata a nord da isole San Jerolimo e Kozada, le aree urbane Štinjan, Veli Vrh e il bosco Šijana, all’est da zone Monteserpo, Valmade, Busoler e Valdebek; al sud dal vecchio impianto gas Stara Plinara, dall’ quartiere Veruda e l'isola di Veruda , e da ovest con Verudela , Lungomare e Musil ) sulla superficie di cinquanta chilometri quadrati, conta circa 59.000 abitanti.

Pula, una classica città dell'Adriatico, Mediterraneo e dell'Europa, emerge dall’mito poetico di Giasone e Medea ("Città di fuggitivi, ma il loro linguaggio la ha nominato Pola"), dalla leggenda avventurosa riguardo la ricerca del vello d'oro rubato. Nelle sue fondamenta Pula nasconde 3.000 anni di stabilità (letteralmente sotto ogni centimetro di suolo), nell'insediamento castelliere preistorico sulla collina Kaštel, nella necropoli degli Histri, cui resti archeologici chiaramente raccontano la lunga vita della città. Il complessivo disegno urban(istic)o di Pula inizia nell'antichità, dopo che i romani 117 anni prima di Cristo sconfissero gli Histri, con la fondazione della colonia romana (Pietas Iulia), nell'era di Cesare (metà del I secolo ac) che ha sperimentato il più grande aumento durante il regno di Settimio Severus, alla fine del II . e l'inizio del III . secolo, quando conta circa trentamila abitanti o più, cosi che con Salona ( la capitale romana della Dalmazia ), Pola è conosciuta come il più grande insediamento sulla costa ovest dell’Adriatico. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (al fine del V secolo), Pula resta intorpidita, con pochi cittadini e scarsa urbanità, per quasi quattordici secoli, cambiando i governanti, in un periodo di attesa della sua nuova urbanità...

Durante la dominazione romana, in particolare il periodo imperiale, Pola come centro commerciale e amministrativo assume un sigillo urbano permanente di concezioni romane della città, con case regolari rettangolari, strade acciottolate e piazze (Forum), acque di scarico, insule, muri, porte della città ... In quel periodo nascono i monumenti più significativi romani della parte settentrionale dell'Adriatico: l’Anfiteatro, il Campidoglio, gli Tempi di Augusto e di Diana, l’Arco di trionfo dei Sergi, Porta di Ercole, Porta Gemina, Piccolo e Grande teatro romano.

La costruzione dell'anfiteatro è iniziata al tempo di Augusto, si continua durante il regno dell'imperatore Claudio e riceve la forma espansa finale nel periodo di Vespasiano. La storia (e la leggenda) dice che è l'imperatore Vespasiano che ha costruito la magnifica Arena in onore del suo amore estatico per la bella polesana Antonia Cenida, volendo impressionarla, anche se in un posto ignoto come questa provincia romana. Grazie al profondo amore di Vespasiano, oggi noi senza falsa modestia possiamo paragonare l’Arena di Pola al Colosseo a Roma, o l'Arena di Verona, gli anfiteatri a Pompei o quelli di Nimes e Arles in Francia. Il muro esterno dell'anfiteatro di Pola, in una forma ellittica con l'asse (nord-sud) di lunghezza maggiore di 130 m, e l'asse corto (est-ovest), di 100 metri di lunghezza, è quasi completamente conservato (a differenza dei suddetti), con due serie di arcate, ciascuno con settantadue archi, e una serie di aperture rettangolari sopra di loro, e le quattro torri per la parte superiore del viale da dove si estendeva il velario, stoffa che proteggeva il pubblico dal sole. Come ogni anfiteatro, anche questo è costituito da tre parti fondamentali: di uno spazio per il pubblico, che potrebbe contenere ventimila curiosi, dal campo di battaglia e di spazi sotterranei. Lo scopo principale di Arena era di divertire, ieri come oggi questo e un posto da eventi sociali ai quali si deve esser visti e dove vedere nuove acconciature, vestiti, gioielli, donne, uomini... e l’intrattenimento più importante ai vecchi tempi erano i combattimenti tra gladiatori.

Le lotte dei gladiatori consistevano in una serie di duelli tra le coppie opposte. I gladiatori sono stati ben formati e addestrati per i vari tipi di combattimento, dove hanno usato armi e tecniche speciali. Dopo spettacoli d'introduzione, che erano accompagnati con la musica che rilevava le parti più importanti dello spettacolo, cominciavano i giochi. Nello stesso tempo si svolgevano duelli tra più coppie di gladiatori. Coloro che sono rimasti in vita, se non potevano continuare la lotta, deponevano le armi e alzavano la mano per chiedere pietà. L’imperatore portava la sentenza di vita e morte che, di solito, coincideva con la richiesta della folla che gridava “Mitte!” (Lo perdoni!) o “Lugula!” (Ucciderlo!). I gladiatori erano schiavi, prigionieri di guerra o prigionieri condannati a morte, ma anche alcune persone libere che la carestia li ha probabilmente forzato a praticare questo mestiere terribile. Nell’anfiteatro era popolare anche la caccia alle belve (“venatio”). Dopo un lungo periodo trascorso nel buio, le bestie affamate si rilasciavano nell'arena. La loro morte doveva essere spettacolare, ed erano quindi organizzati una serie di spettacoli, corride con bui o rinoceronti, combattimenti tra vari animali, o la caccia in cui gli animali inseguono le persone inermi. Come inevitabile spettacolo finale, gli animali erano spietatamente smembrati. le scenografie erano realizzate accuratamente, per ricostruire nell’anfiteatro il'ambiente naturale degli animali selvatici. La Pula romana aveva accanto all'Arena due teatri, il Grande teatro fuori città, sul versante meridionale della collina di Monte Zaro, che è stato completamente distrutto nel 17° secolo (le pietre erano utilizzate per la costruzione del castello veneziano) , e l'altro -Piccolo teatro romano, all'interno delle mura della città (a cui si veniva direttamente lungo la strada attraverso la Porta Gemina), sulle pendici nord-orientali della collina Kaštel, dal quale sono salvato i resti della fondazione dell’edificio scenico e lo spazio per il pubblico.

Gli spettacoli del teatro romano inizialmente erravano ispirati ai miti, ed erano realistici in estremo. Spesso in qualche situazione drammatica che mostra scene mortali, un condannato a morte ha dovuto prendere il ruolo dell'attore, oppure le bruciate mura di Troia erano interpretate con un vero fuoco, e non mancavano neanche scene debosciate in quali si esibivano donne condannate dai tribunali per i crimini. Il teatro romano, così come il Greco, era un luogo privilegiato in cui le regole di moralità e decenza non si applicavano. Con l'avvento della commedia grossolana Atellana avviene il teatro con oggetti di scena, attori mascherati, cantanti, acrobati e mimi che cantano, danzano, recitano e declamano poesie con l'accompagnamento di arpa, flauto e di altri strumenti. Le farse dalla vita quotidiana si recitavano in latino permeato con dialettismi locali. Atellana era costituita di quattro ruoli stereotipati: il buffone Mako, il grasso e stupido Buko, Papo-il divertente uomo vecchio e Dosen, il ghiottone. Gli attori e i cantanti sono stati in grado, senza timore di conseguenze, lasciar andare ai loro selvaggi e talvolta ossessivi commenti, non rispettando le persone né le divinità. Il pubblico riconosceva i ruoli dalle maschere, tanto che lo stesso attore poteva giocare più ruoli, ma alle donne non era permesso fare l'attrice. Sì e sviluppata una forma di gioco teatrale con una pantomima distinta, che era necessaria per l'enorme folla che non poteva sentire chiaramente le parole pronunciate a cielo aperto. Con semplici testi, le pantomime descrivevano il contenuto mitologico tragico, mentre il mimo proiettava motivi comici ed erotici dipinti con satira politica e sociale. Il canto satirico, ditirambo, si cantava in lode di buon vino, e alle tavole romane di Pola probabilmente alla gloria fragrante del vino locale, Malvasia.

Lo sviluppo di maschere nel teatro romano ha progredito dal semplice pitturare le facce in bianco, attraverso una maschera di lino bianco, fino a calchi di gesso dipinti con vivaci colori naturali della terra, ghiaia, i fiori... Gli attori comunemente usavano maschere fantasiose, inspirate a momenti di estasi (tristezza, disperazione, euforia, risate, piacere ... ) che rappresentavano in tale modo la relazione e collegamento tra la vita e la morte, che contemporaneamente collega e separa i due mondi. Diversi tipi di maschere sono ispirati al culto degli dei, in particolare a Dioniso (Bacco) - il dio delle gioie della vita, la fertilità, il vino, la lussuria, socialità, licenziosità...

Allo stesso modo le maschere con il viso deformato erano ispirate da teste di animali, con i loro musi e le loro posizioni, in modo di presentare molti tipi di animo umano. Cosi si crearono le facce delle maschere dai nasi storti, dalle orecchie lunghe, con labbra distorte o grosse, con occhi selvaggi e molti simili motivi.

Autore: Miodrag Kalčić

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